Cominciamo dal titolo dell’album, che si rifà al proverbio “ever cloud has a silver lining” (letteralmente “ogni nuovola ha una pellicola d’argento al suo interno”, suona brutta perché “lining” indica appunto un rivestimento interno di un contenitore e non conosco termini equivalenti in italiano), che è l’equivalente del nostro “non tutti i mali vengono per nuocere”. Cinque delle sei lunghissime tracce del disco, infatti, narrano di esperienze negative vissute da Mike Portnoy (batterista) e John Petrucci (chitarrista) cercando di vederne, appunto, i lati positivi. Ok, basta con le chiacchiere e partiamo con la musica. Deprezzo la qualità dei brani e li taglio a mia discrezione per non portarvi via troppo tempo (la traccia più lunga dura 20 minuti e la più corta 6), rendendomi conto che riportare una frazione di ogni brano non rende loro giustizia.
Nella prima traccia, A Nightmare To Remember, in italiano “un incubo da ricordare”, si ripercorre attraverso un ipotetico incubo un incidente stradale in cui fu coinvolto John Petrucci e la sua famiglia quando era piccolo. L’intro dissonante al piano è fantastica, ma ancora più stupefacente è l’ingresso delle chitarre, con tanto di cori epici e synth alla Rhapsody, tant’è che sembra proprio un loro pezzo. Poi cambio di stile improvviso, parte un riff e comincia la canzone vera e propria, con uno stile che a parte la voce graffiante di James LaBrie nelle strofe e nel breve assolo ricorda vagamente i SIAM SHADE (aggrazie, DAITA è un fan di Petrucci). Il ritornello spiazza letteralmente rispetto al resto, e l’ingresso della doppia cassa ricorda i Rhapsody. Nell’intermezzo dopo il ritornello avviene l’incidente
, successivamente si ripropongono i temi esposti e attorno ai cinque minuti inizia la parte calma del brano. Il suono degli arpeggi di Petrucci hanno uno stile sognante che ricorda certi pezzi lenti dei SIAM SHADE (o magari è il contrario XD). Nella seconda strofa di questa parte la chitarra e la batteria si fanno più presenti. E poi l’assolo… all’inizio sembra un normale assolo rock, ma diventa progressivamente più veloce e rumorista (quest’ultima un’altra delle passioni di DAITA
). La seconda parte di questo ricorda maggiormente lo stile di DAITA, la terza riprende il tema iniziale alla Rhapsody. A questo punto parte il coretto incazzato, totalmente diverso e più oscuro di quello dei SIAM SHADE. Un secondo, breve assolo di Petrucci nell’associazione agli archi e ai synth ricorda i Rhapsody (anche nell’accentuazione dei colpi di hi-hat). Riprende lo stile dei primi versi, e nel bel mezzo parte un delizioso intermezzo che ricorda certe colonne sonore di videogiochi (lo stesso stile è a volte usato dai Powerglove). Ritornello, e il pezzo si avvia alla conclusione alla SIAM SHADE con le ambulanze in sottofondo. Ma una chitarra che fa il verso ai synth (o un synth che fa il verso a una chitarra, boh) rompe l’atmosfera da conclusione per un po’, portando il tutto a uno stile rhapsodiano, che contraddistingue anche la vera fine del brano. In questa telecronaca in diretta di 16 minuti di canzone forse ho dato troppo risalto alle somiglianze con i gruppi che ascolto di solito, comunque a prescindere dalle assonanze il brano è esattamente come dovrebbe essere: la descrizione di un incubo, resa bene anche dagli accordi dissonanti, la stranissima melodia del ritornello e i rumorismi di Petrucci negli interminabili assoli.
Il secondo brano è A Rite Of Passage (“un rito di passaggio”), scelto come primo singolo. All’inizio il basso distorto la fa da padrone, poi parte il riff. Dopo due ripetizioni di questo, comincia un casino assurdo di voci, interroto poco dopo da un LaBrie che fa poco per differenziarsi da quel marasma XD. Il bridge è molto differente, culminando nel ritornello molto melodico che è stato perfino in grado di ricordarmi una cosa dall’altro lato del mondo come Breaking Free di High School Musical (confrontate “there’s not a star in heaven that we can’t reach” con “to reach an higher state”, notare la somiglianza del vocabolario), a dimostrazione di come la musica sia tutto tranne che una mera classificazione di generi. Il pezzo prosegue come un normale brano metal fino all’incirca ai 4:50, dove inizia la seconda parte della canzone con l’assolo alle velocità standard di Petrucci, con delle linee melodiche molto videoludiche, a tratti alla Telefang. Poi tocca a Jordan Rudess, che oltre a esibirsi sulle tastiere come al solito (all’interno della copertina del CD viene citato anche come suonatore di uno strumento chiamato “continuum”, che poi altro non è che una curiosissima tastiera senza tasti che funziona tramite il tocco delle dita, vedete qui per farvi un’idea) nella parte conclusiva del suo assolo sfoggia il suo nuovo strumento musicale: l’iPhone
, grazie ad un’interessantissima applicazione chiamata Bebot (qui il link all’App Store per chi ha iTunes o mi sta leggendo proprio da un iPhone). L’utilizzo di quel simpatico robottino virtuale rende ancora più tangibile l’ottobittosità degli assoli. Riff, ritornello, outro, fine. Insomma, nulla di trascendentale, è un normalissimo brano metal la cui lunghezza di 8 minuti è dovuta solo all’incredibile lunghezza degli assoli di Petrucci e Rudess, che comunque non risultano affatto noiosi (i suoni provenienti dall’iPhone vi strapperanno anche qualche risata).
Il terzo brano, Wither (“appassire”), parla del blocco dello scrittore. È il pezzo più corto e orecchiabile del disco: piacerà anche a chi disprezza il metal fino alla morte, anche perché in questo pezzo non c’è nulla di metal. Nel finale ritornello sussurrato e assolo breve ma emozionante. Mi sono un po’ stufato di scrivere fiumi di parole, quindi io quasi quasi salterei a pié pari il prossimo brano, che è quello che mi ha ispirato di meno finora.
The Shattered Fortress (“la fortezza in frantumi”) da quello che ho capito è l’ultimo capitolo di una saga che Portnoy stava portando avanti da molti anni, dedicata al suo percorso di disintossicazione dall’alcol. Questo brano in particolare esamina i tre passi rimanenti degli Alcolisti Anonimi, ed è in pratica un minestrone di temi estratti dai capitoli precendenti della saga. Detta breve: ancora non ci ho capito un accidente.
The Best Of Times (“i migliori anni”) è la canzone che Portnoy ha dedicato a suo padre, morto di cancro durante l’incisione del disco. IMHO la canzone più emozionante dell’album. Inizia con il pianoforte, seguito dal violino che esegue il tema del ritornello, che mi ricorda tremendamente il riarrangiamento di Oro e Argento del tema di Aranciopoli :’) , e poi dalla chitarra acustica che fa degli accordi scontati ma emozionanti. Al termine di questa piacevole introduzione, parte a razzo Petrucci in fade-in, facendoti galvanizzare al massimo pronto per fare headbanging
con delle scale alla DAITA (no, le scale di DAITA sono alla Petrucci). Parte la batteria e già pensi di avere davanti una canzone dei SIAM SHADE _|–|, ti tiene sulle spine per un secolo e poi parte il riff giapponico. LaBrie nella prima strofa IMHO è perfettamente rimpiazzabile dal sottoscritto XD, comunque la canzone prosegue piena di energia. Seconda strofa, doppio bridge, cominci a seccarti ma gli archi ti salvano dando un po’ di varietà anche se allungano notevolmente il brodo. Poi tutto si calma, e LaBrie riprende a cantare sopra la chitarra acustica. Dopo un po’ sbuca finalmente ’sto ritornello nostalgico, quindi cominciano i ringraziamenti al padre di Portnoy che ci portano di nuovo al ritornello raddoppiato. E finalmente parte Petrucci con un assolo strappacuore con 16 battute di riallacciamento al ritornello e altre 16 di virtuosismi vari sempre basati sulla stessa armonia, quindi riprende il tema del ritornello con la cadenza cambiata FIGO FIGO FIGO eccetera, non si ferma più e noi continuiamo a commuoverci, “purtroppo” a questo punto inizia un fadeout di 30 secondi. Quando cala il silenzio ancora penso a che figata ho ascoltato. Ma non c’è tempo, l’ultima traccia del disco ci aspetta.
The Count Of Tuscany (“il conte della Toscana”) narra di un’esperienza avvenuta a Petrucci durante un tour in Italia nel 2004. Durante uno dei suoi giorni liberi in Toscana incontrò un conte che gli propose un giro in macchina. Il “problema” a questo punto è che durante il viaggio il conte comincia a parlargli di un direttore di un museo cannibale, e che questo personaggio era ispirato a suo fratello. E questo è solo l’inizio, perché oltre a presentargli il fratello suddetto il conte lo conduce in luoghi sempre più macabri, spaventando a morte Petrucci che non pensava di uscirne vivo. Fortunatamente poi il conte se ne accorge, risolve il malinteso e gli permette sia di andarsene sia di raccontare ciò che gli era accaduto, cosa che puntualmente ha fatto. Passando alla musica, è un brano molto vario, con musiche adatte ai testi, ma gli ultimi otto minuti sono stratosferici. Di questi, i primi 4 minuti potrebbero perfino rimpiazzare tranquillamente certi CD per rilassarsi
